Piëch, l’Audi quattro e il motore a W

Se il Gruppo VW è oggi in cima al mondo dell’automobile lo si deve in buona parte al nipote del professor Porsche e alla “sua” Audi nata 40 anni fa. Un ingegnere-manager ambiziosissimo, come il propulsore a tre bancate “progettato”… in treno!

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Ferdinand Piëch, scomparso nell’agosto 2019, è stato uno dei più grandi personaggi nella storia dell’automobilismo. Uno alla Valletta, per intenderci; o alla Henry Ford. Tuttavia lui, figlio di Louise Porsche e nipote del professore Ferdinand, aveva una cosa in più: lui le auto le disegnava. Era ingegnere con una facilità di progettazione, evidentemente ereditata dal nonno, pari soltanto alle capacità gestionali. Difficile dire quale prevalesse sull’altra. Di certo la Porsche 917 fu opera sua, e non soltanto dal punto di vista tecnico (almeno in parte) ma anche e soprattutto da quello ideale. Fu lui, appena approdato al reparto corse di Zuffenhausen, poco più che neolaureato, a indicare la strada: Le Mans. Ma Porsche da anni tentava di vincere la 24 Ore. La novità era che Piëch stabilì un impegno molto maggiore di quanto fin lì sostenuto, quando le decisioni erano prese da suo cugino “Butzi”, l’ideatore della 911. Bisognava partecipare per vincere, non solo tentare. Così impose la costruzione della 917, la poderosa Sport ideata secondo il regolamento dell’epoca, la classe “da assoluto”, che imponeva la costruzione di 25 esemplari. Uno sforzo enorme per un colosso, figuriamoci per una Casa che era si cresciuta moltissimo in vent’anni, ma restava in assoluto di piccole dimensioni. Eppure, il giorno dell’ispezione per l’omologazione della vettura, le venticinque 917 erano lì, tutte in fila nel cortile della fabbrica. Tutte costruite. Una dimostrazione di volontà impressionante.

Un aneddoto racconta Piëch meglio di mille parole: l’idea del motore con i cilindri a W, un simbolo delle capacità tecniche e finanziarie del gruppo VW. L‘idea nasce nel 1997 a bordo di uno Shinkansen, il treno giapponese da 450 km/h. (L’articolo completo su Automobilismo d’epoca in edicola)

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