di Michele Di Mauro
- 01 November 2020

Sean Connery è partito per il suo viaggio più lungo

È mancato l’attore scozzese, premio Oscar per “Gli Intoccabili”. Era però rimasto famoso per l’interpretazione dell’agente segreto 007: a James Bond prestò il volto in sette film, guidando varie auto, tra cui quella più famosa di tutte, l'Aston Martin DB5

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Sean Connery e l'Aston Martin DB5.

È morto Sean Connery. Ammesso Sean Connery possa morire davvero, o che se ne possa accettare in qualche modo la morte.

Inutile cercare di definire il personaggio. Una star? Un’icona? Un monumento? Qualsiasi attributo suona scontato, retorico, inadeguato. Sean Connery è Sean Connery, e in quanto tale non morirà. Non può morire. C’è troppo di lui nel nostro bagaglio cinematografico e culturale. C’è troppo di lui in ognuno di noi.

D’altronde, nei panni di James Bond ha già vissuto due volte. Certo, sono tanti i ruoli indimenticabili da lui interpretati, da Henry Jones in “Indiana Jones e l’ultima crociata” a Guglielmo di Baskerville ne “Il nome della rosa” al capitano Marko Ramius in “Caccia a Ottobre Rosso” fino al Re Artù de “Il primo cavaliere”, e il dottor Campbell di “Mato Grosso”.

Ma se parliamo di Sean Connery su Automobilismo d’Epoca è, come è facile immaginare, perché, per almeno tre generazioni di fan, lo scozzese più famoso del mondo è proprio l’agente 007, James Bond. Non solo: è James Bond che guida automobili incredibili. Le Bond-car, famose al pari del loro stesso driver o delle Bond-girl sedute sul sedile del passeggero.

Il rapporto di Connery - Bond con le auto, rigorosamente inglesi, parte in sordina: nella prima pellicola della saga, “Dr No” (Licenza di uccidere in Italia), 007 guida una modesta Sunbeam Alpine. Nel secondo film dedicato al personaggio ideato da Ian Fleming, “Dalla Russia con amore”, la vettura dell’abile agente segreto è una ben più lussuosa Bentley Continental dotata di radiotelefono, auto personale di Bond anche nei romanzi di Fleming. Con l’evolversi del personaggio evolve anche l’inseparabile automobile, che a partire da “Goldfinger” del 1964 diventa una più agile e performante Aston Martin DB5.

Grazie alle acrobazie alla guida e alle diavolerie installate a bordo dal vulcanico Q, la DB5 targata BMT216A diventa famosa in tutto il mondo, tanto da essere riconfermata anche nel successivo film di Bond, Thunderball del 1965. Con i “nuovi” Bond, da Roger Moore in poi, la produzione sceglierà altre vetture, dalla Ford Mustang alla Lotus Esprit a una lunga parentesi targata BMW, ma il marchio Aston Martin tornerà in scena con Pierce Brosnan in “GoldenEye” del 1995, “Il domani non muore mai” (1997) e “Il mondo non basta” (1999) e poi ancora, con l’arrivo di Daniel Craig, in “Casino Royale” (2006). Mentre in “Skyfall” del 2012 e “Spectre” del 2015 tornerà ancora lei, l’iconica e indimenticata DB5, in veste di vettura personale di 007.

Ed è assieme a lei che molti di noi ricordano il James Bond di Connery: appoggiato al parafango della sua DB5 sui tornanti delle alpi svizzere in “Goldfinger”. Una macchina speciale, che ognuno di noi ha almeno una volta sognato di possedere. Dotata di gadget degni del miglior supereroe come mitragliatrici dietro gli indicatori di direzione, speroni per tranciare le gomme, scudo antiproiettile estraibile dal bagagliaio, scanner e localizzatore radar, rostri dei paraurti telescopici, targhe intercambiabili (da BMT 216A, UK, a 4711-EA-62, Francia, a LU 6789, Svizzera), e poi ancora getti d’olio nascosti nei fanalini posteriori, sedile passeggero eiettabile, fumogeni, vetri antiproiettile, getti d’acqua ad alta pressione, spargichiodi, radiotelefono con fax e scomparti segreti per le armi.

Un allestimento tale da far apparire quasi noiosa una DB5 standard, che tutto è tranne che noiosa: prodotta dal 1963 al 1965 in collaborazione con la Carrozzeria Touring, che aveva applicato il suo metodo Superleggera, la DB5 è la naturale evoluzione, in termini di prestazioni e comfort, della già ottima DB4. Rispetto a questa, il motore 6 cilindri in linea bialbero in lega leggera passa da 3670 a 3995 cc, con una potenza di 282 Cv per ben 240 km/h.

Un’icona del cinema la DB5, la Bond-car per eccellenza, andata all’asta lo scorso anno da RM Sotheby’s per 6,4 milioni di dollari. Ben 55 anni dopo il film. Segno che il mito di James Bond, quello originale, con Sean Connery, non ha alcuna intenzione di tramontare. Anzi. Tante volte la scomparsa dei protagonisti porta alla ribalta le glorie del passato. Quella di James Bond, invece, non ha mai conosciuto declino.

Ma perché ci piace ancora tanto il primo James Bond, con quel suo essere a metà strada tra un damerino e un supereroe, e perché ci piace ancora tanto la sua Aston Martin, con quei gadget folli e antiquati?

Il merito, secondo noi, è proprio suo, di Sean Connery. Che è riuscito, per primo, a creare un personaggio nuovo, trasversale, capace di piacere a tutti. Eroico, coraggioso, impavido ma non avventato; abile, colto, istruito, e nello stesso tempo prestante e in grado di menare le mani, ma senza mai sgualcirsi la giacca. Sfrontato ma rispettoso con le donne, mai inutilmente violento, mai eccessivo, mai volgare. Sempre elegantissimo. E poi così tanto “charmant”, ci perdoni se usiamo un francesismo, lui che trasudava Gran Bretagna da ogni poro.

E così era la sua macchina: letale, ma dalle doti mortifere celate sotto un insospettabile abito di alta sartoria. Un prototipo di eroe arguto e pulito, quello di Connery, che ha spianato la strada ai successivi, pure apprezzati, Roger Moore e Pierce Brosnan, i quali hanno avuto la furbizia di ripercorrere, a modo proprio, le orme tracciate dallo scozzese.

Un modello che tutti abbiamo amato e abbiamo sognato di emulare indistintamente, anche mentre intorno a noi impazzavano gli eccessi psichedelici degli anni settanta o quelli pop degli anni ottanta. Perché James Bond non è stato solo un eroe. È stato un modello di eleganza, di savoir faire, di stile. E lo stile, quello vero, non conosce stagioni, non tramonta. Dura per sempre. Così come, per sempre, ricorderemo, cercheremo di emulare, ameremo Sean Connery.

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